Riportiamo Alagie a casa. Campagna di raccolta fondi per il rimpatrio del bracciante suicidatosi il 3 aprile a Torretta Antonacci
Mi chiamo Alagie Singathe. Vengo dal Gambia. Mi sono tolto la vita il 3 aprile nel ghetto, il giorno dopo il mio 29esimo compleanno, dopo anni di miseria e sfruttamento in questo Paese. A più di un mese dalla mia morte, il mio corpo rimane intrappolato nell’obitorio di San Severo, perché anche da morti non siamo tutti uguali. Per rimpatriare la salma nel mio Paese di origine, il Gambia, sono necessari 5000 euro e la mia famiglia non può pagarli. E quindi rimango qui, in attesa, anche da morto.
Mi sono tolto la vita stringendomi un cappio intorno al collo, davanti alla mia baracca nell’insediamento di Torretta Antonacci, nel foggiano. Mi sono tolto la vita il giorno dopo l’alluvione che ha sommerso la Puglia, colpendo in particolar modo noi braccianti che viviamo in abitazioni di fortuna nella provincia di Foggia, per raccogliere la frutta e la verdura che ogni giorno viene consumata sulle tavole degli italiani. Mi sono tolto la vita dopo anni passati in attesa di un pezzo di carta che sancisse il mio diritto ad esistere in questo Paese. Ma nonostante l’attesa, nonostante il sudore versato nei campi, quel pezzo di carta non è mai arrivato.
La mia richiesta di asilo non è mai stata accolta e per questo motivo sono rimasto intrappolato per anni in un limbo, costretto a vivere in baracche di legno e lamiera e lavorare dalla mattina alla sera nei campi. Chi mi conosceva dice che negli ultimi tempi ero cambiato, mi ero chiuso in me stesso, non uscivo quasi mai dal mio alloggio di fortuna se non per andare a lavorare. Sembrava che avessi perso la testa, pensando sempre a quel dannato pezzo di carta, che mi avrebbe permesso di avere una vita normale, affittare una casa, trovare un lavoro dignitoso, tornare in Gambia a salutare la mia famiglia dopo anni di assenza. E invece quel pezzo di carta non è mai arrivato, ed io ho deciso di mettere fine a questa vita che ormai non era diventata altro che sofferenza.
Ora che non ci sono più , la mia famiglia vorrebbe potermi salutare un’ultima volta e darmi una degna sepoltura nella mia terra di origine e non a centinaia di km, in una terra straniera che mi ha rifiutato fino al mio ultimo respiro.
I miei compagni braccianti di Torretta Antonacci hanno già iniziato una colletta, dando ciascuno quanto poteva, ma non sono riusciti da soli a raccogliere una somma così elevata.
La mi famiglia vorrebbe solo che io potessi tornare a casa e io vi chiedo di aiutarli con un contributo.
Perché, se questo Paese mi ha rifiutato da vivo, che almeno mi aiuti a tornare a casa da morto.
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Unione Sindacale di Base - Lavoro agricolo